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Mar
18
2012
L'Altra Polinesia: Un Diario Visto Con Gli Occhi Di Ludovica
Dopo tanta attesa, è finalmente arrivato il momento di provarmi in qualcosa di diverso dal solito percorso a cui sono abituata. Finalmente partirò con Michele per una vera navigazione, in cui sarò a contatto soltanto con il mare, la barca e me stessa. Michele ha pianificato la rotta, anzi ne ha
pianificato più di una dato che non si sa bene cosa farà la meteo.
Mi spiega, con infinita pazienza tutto quello che fa, le correnti, i venti... ma come il vento e le correnti anche il mio cuore e la mia mente seguono infinite rotte emozionali, e così non sono proprio attenta come dovrei. E’ l’emozione di chi non sa cosa vuol dire vedersi circondati da acqua, soltanto dall’acqua e sempre dall’acqua, un sogno mio, un sogno nel sogno, un sogno da sempre, già da prima di incontrare questo strano marinaio nelle cui vene scorrono tutti i sogni del mondo, e che in questi otto anni di vita insieme mi ha insegnato che i sogni vanno vissuti.
Facciamo cambusa: non solo quello che normalmente serve, ma anche altre cose che potrebbero essere utili. Rotti i legami con la nostra base, dovremo bastare a noi stessi per tutto, dato che la nostra meta sarà Mopelia, un atollo con tre soli abitanti, niente telefono, niente comunicazioni, niente di niente... o piuttosto tutto di tutte le cose che normalmente sottovalutiamo: una natura libera di essere sé stessa e di manifestarsi senza freni.
Partiamo. Mollo la cima dalla boa che è la casa del Gulliver quando siamo a Raiatea. Per un po’ la guardo, gialla con la scritta verde 'Gulliver'. Ciao boa. La riprendo con la mia videocamera, mi sento il cuore battere in gola dalla gioia.
Fino a un certo punto riconosco la rotta perché coincide con quella fatta per molto tempo, ma poi pian piano tutte le coste svaniscono, la prospettiva magicamente cambia, l’ultimo alone azzurrato di Bora Bora svanisce... intorno c’è il nulla. E nello stesso momento che penso questo, mi rendo conto che non è affatto un nulla, il mare diventa protagonista assoluto, le nuvole acquistano una tridimensionalità da scenario teatrale, il maltempo che cancella le ultime tracce delle isole all’orizzonte tinge di blu cupo l’orizzonte lasciando sfuggire tra le pieghe dei vapori raggi traslucidi di cielo azzurro e lame di sole.
E il respiro?.... Chissà. All’improvviso ho fame d’aria, ci si può dimenticare di respirare, per un po’. La voce di Michele mi richiama all’ordine. Il Gulliver ha bisogno anche di me per poter essere pienamente sé stesso, e così iniziano le mie prime goffe manovre. Non basta la passione, né la conoscenza... ci vuole tanta, tanta attenzione calma e rapidità perché una barca possa affrontare al meglio il suo elemento naturale. Ma con il timone ben saldo tra le mani di Michele e il Gulliver che va sotto di me, solido e stabile, mi sembra tutto facile. Troppo facile!!! La voce di Michele mi riprende, mi incita, mi guida. Purtroppo mi distraggo di continuo, ora il mare mi cattura lo sguardo, ora il vento mi rapisce, di continuo devo inseguire il mio cuore che batte all’impazzata e temo mi farà decollare.
Timonare il Gulliver mi dà una sensazione di pienezza e gioia che non conoscevo. Anche quando il vento buono ci fa marameo e siamo costretti ad accendere il motore, con la sua prua elegante cavalca le onde da quel purosangue che è.
All’ora di pranzo riesumo la grossa terrina di insalata russa che ho preparato. Riesco a portare fuori quello che serve, riportare dentro le poche cose che abbiamo sporcato, lavare tutto e preparare il caffè, nonostante il rollio e le impennate. Ripeto tra me e me una sola parola: Figo, Figo. Forse sono incosciente, ma questa barca mi dà sicurezza, Michele anche, e il timone tra le mie mani sembra una cosa viva, anche se alla fine di questa esperienza avrò tutte le mani rosse e un po’ gonfie.
Il sole tramonta, il pilota automatico ci ha abbandonato definitivamente e in navigazione non si può far nient’altro che organizzare i turni per timonare fino all’arrivo. Non ho mai portato il Gulliver di notte, con il mare agitato.
Figo, figo....
Tocca a me. Il sole svanisce in un incendio che coinvolge tutto il cielo. Michele è andato a dormire, il timone è nelle mie mani, sto in piedi in pozzetto in mezzo a questo tramonto dipinto da un qualche Dio in fase di folgorante creatività cromatica... tutti i colori del mondo per farmi distrarre.
Devo tenere la rotta, devo fare attenzione e così, per meglio concentrarmi comincio a cantare sottovoce. Repertorio anni ’60.

Maupiti, l’isoletta a forma di ciabattina, si profila netta all’orizzonte.
Passo agli anni ’70.
Dopo la vastità del mare senza interruzione, sembra di poter allungare la mano e toccare Maupiti.
Cala la notte, tutto è buio finchè non cominciano a spuntare le stelle, tante, ma così tante, neppure in montagna ne ho vista una quantità così perversa, sono un manto sconfinato. E poi, pian piano impallidiscono un po’ perché comincia a spuntare la luna, ed è come se si accendesse un faro. Ecco, sto andando fuori rotta.
Quando Michele spunta in pozzetto mi sono fatta Mozart e Rossini, e sono, si, pure cotta. Mi stendo al posto appena lasciato da Michele ancora caldo e piombo nel sonno, ma stranamente per tutta la durata della notte ci svegliamo a turno senza bisogno di sveglie.
E’ Michele che si gode la splendida alba.
La rotta scelta da Michele ci fa arrivare a Mopelia da sud, dandoci agio di girarle intorno per un po’ prima di affrontare la pass, così ci godiamo lo spettacolo (per me nuovissimo) di un’isola che isola non è, fatta a forma di ciambella di cui la parte più alta sono le palme.
Sono stanchissima, mi siedo al piede dell’albero di mezzana nel sole caldo a guardare gli uccelli che volteggiano su di noi, tanti, tantissimi uccelli, il rumore che fanno è assordante; sterne sule e, più in alto, le enormi fregate nere ad ali spiegate e immobili come dei giganteschi alianti. La mia videocamera riprende e riprende, riuscendo a cogliere i voli improvvisi e radenti di sterne curiose che ci guardano da vicino con occhi lucenti.
Gli occhi mi si chiudono e il rombo profondo mi coglie sulle soglie di un sonno imminente.
Grido, balzo in piedi. Tra noi e l’atollo, vicinissima, una gigantesca megattera esce verticalmente dall’acqua, si innalza nel cielo. Vedo il suo grande occhio, le conchiglie che incrostano la pelle spessa, le grandi pinne laterali che si allargano mentre ricade con un rombo sordo mentre un’altra esce a sua volta dall’acqua e poi una terza... Sono in tutto tre. Accendo in ritardo la videocamera, quando sono già lontane. Troppa l’emozione, troppa la gioia, il desiderio di guardare senza niente che si frapponga tra il mio sguardo e il loro.
Già solo per questo valeva la pena di farsi queste centottanta miglia. Resto con il fiato mozzo per un bel pezzo.
Michele rileva un possibile errore nella posizione della pass sulla carta. Lo guardo mentre assorto e tranquillo osserva il profilo di quella bassissima costa che a me, in verità, sembra solo una pennellata di verde con delle palme sventolanti sopra. Non so che darei per vedere le cose che lui vede. E sono tante, tantissime. I suoi occhi vedono le cose, non le guardano soltanto. E analizzano.
Mi manda a prua a guardare nell’acqua, mentre il Gulliver accelera la sua corsa per vincere una corrente che si fa sensibilmente più forte mentre prendiamo il canale.
A Mopelia esiste anche un falso passaggio molto simile a quello vero, tranne per il fatto che si interrompe formando un 'cul de sac' da cui poi è impossibile uscire. Stando alla carta è quello che abbiamo imboccato noi. Guardo Michele ed è sicuro e tranquillo come sempre, e ovviamente mi
grida di fare attenzione al compito che mi ha affidato. Mannaggia a me.
La pass è strettissima, da un lato la barriera di coralli è come un muro a picco che si perde in profondità nell’acqua limpida, dall’altro lato digrada pericolosamente sotto il pelo dell’acqua. Il Gulliver avanza rapido, rapidissimo, e all’improvviso si apre davanti a noi la laguna.
E-nor-me.
Figo. Figo, figo...
Avanziamo in un’acqua che sembra cielo, e ancoriamo in un sogno diventato realtà. Michele sorride e mi dice che, praticamente, siamo ancorati in mezzo al Pacifico. Vero, strabiliante.
Il maltempo che ha girato e rigirato tutto intorno a noi ci stringe ora più da presso, ma questo non ci impedisce di scendere a terra per esplorare e conoscere Hinatea, uno dei tre abitanti di questo atollo.
E’ una ragazza che ha preferito a qualunque altra cosa vivere qui, cercando cocchi da cui ricavare il mallo e farlo seccare per fare la copra, vendendola poi ad una nave che a lunghi intervalli passa a raccogliere i sacchi pronti.
Si mangia insieme: carne d’agnello, patate lessate, del pesce freschissimo pescato con una rete da Hinatea con l’aiuto di Michele. Io ho la mia videocamera e riprendo, riprendo.
La notte cala ed è una notte diversa da tutte le altre notti della mia vita, in cui mi rendo conto che non ho mai provato che cosa sia realmente il silenzio della natura. Mi sembra quasi di sentire dei bisbigli, qualcuno che parla. La mia mente inquieta cerca i suoni a cui è stata abituata per tutta una vita e che ora sono scomparsi.
Il tempo non si decide a cambiare, il vento rinforza. Restiamo a Mopelia qualche altro giorno sperando che la meteo cambi, giorni in cui mi adatto magicamente al tutto.
Finiamo la verdura, Michele tira giù una giovane palma e si procura cuore di palma e germoglio di foglie tenerissime per farci un’insalata. Squisito e croccante il cuore di palma, le foglie tenere e succose.
Sulla estrema parte della vecchia barriera fossilizzata scopriamo le uova delle sterne, mimetiche e abbondanti, deposte sul nudo corallo nero fossilizzato. Ovunque paguri di tutte le dimensioni, alcuni grandi come Bernardo l’eremita, alcuni piccolissimi. Cammino con estrema cautela per non
schiacciarli.
Di notte, cerchiamo i grandi granchi blu del cocco. Preistorici ed enormi nonché squisiti, come scopriremo ben presto.
La laguna è il regno degli squaletti pinna nera che girano intorno alla barca aspettando gli avanzi di cibo in gara con le remore, pure loro in grande quantità. La natura regna, sovrana, in questa scheggia di terra nel grande oceano mare.
Decidiamo di partire, non è più possibile procrastinare. Tempo o non tempo, vento o non vento. Il ritorno è come si suol dire, 'conto mare contro vento'. Onde alte e inquiete, nel cui cavo la barca quasi si arresta per poi ripartire. Il Gulliver sembra un cavallo che fa salti pazzeschi. Con uno di questi salti il tavolo in quadrato si stacca dal pagliolato e piomba su Michele dormiente. Si va avanti con fatica, turni e turni intervallati da sonnellini. Guardo Michele. Quest’uomo è bionico, penso.
È un vero marinaio, ma dev’essere bionico. Io mi sento come lo straccio per i pavimenti. Eppure in uno dei miei velocissimi passaggi in bagno mi guardo allo specchio e mi vedo bene, gli occhi brillanti anche se arrossati, una nuova luce che ci brilla dentro.
Quasi perdiamo il motore del gommone attaccato a poppa. Sono riuscita a tirarlo su di peso, un quindici cavalli, proprio non so come ho fatto, poi l’ho fissato con delle cime. Michele mi guarda, sorride, mi dice brava.
Nessuno si è mai sentito come me, in quel momento, neppure dopo aver vinto un Oscar!!!
Arriviamo a Tahaa all’una di notte. Altra pass, che Michele si fa col buio pesto come se avesse gli occhi ai raggi infrarossi. Mah.
Dovremmo avvistare la boa, ma la boa in nostra assenza è stata presa da un’altra barca. Con il faretto illuminiamo la scena. Niente da fare, meglio prendere la boa più in là.
Alle due e mezzo siamo a letto. E solo allora mi faccio la mia meritata lacrimetta di gioia. Si, perché se anche non tutto è andato liscio, a me è piaciuto, mi è piaciuto da morire e lo rifarò, perché il viaggio, questo viaggio, me lo sono fatto per prima cosa dentro, attraverso quello che pensavo di essere fino a quello che ho scoperto che sono.
Ludovica